I tuoi allievi hanno pianto l’ultimo giorno di scuola?

teacher1 gokPongo questa domanda a tutti gli insegnanti di scuole di ogni ordine e grado: in questi giorni che si è concluso l’anno scolastico, i tuoi allievi hanno pianto? Se sì, era un pianto liberatorio (come quello di un carcerato che viene rimesso il libertà), di gioia (come quello dei tifosi della squadra di calcio nazionale che vincerà i mondiali 2014), o le lacrime erano impastate di tristezza?

Se anche tu, insegnante, hai pianto e nelle tue lacrime c’era della tristezza, sappi che queste lacrime sono la prova che hai fatto un ottimo lavoro!

Se i tuoi allievi sono tristi perché si chiude un anno scolastico, o un ciclo scolastico e forse l’anno prossimo non li vedrai più, questa è la prova che hai lasciato una traccia nei loro cuori.

L’educazione è relazione, educazione senza relazione non è educazione. Per poter insegnare ed educare si deve entrare in relazione, e quindi costruire qualcosa assieme. L’insegnante utilizza la relazione non solo per far transitare contenuti, ma soprattutto per creare quella rete di supporto utile a sopportare la frustrazione del fallimento. Imparare è andare incontro a continui fallimenti, errori, sbagli, specialmente all’inizio. Non si può imparare ad andare in bicicletta senza cadere, non si può imparare una lingua senza inserire errori grammaticali e sintattici, specialmente all’inizio.

L’essere umano però odia sbagliare, vorrebbe fare giusto al primo colpo, al primo tentativo. Un po’ la cultura di oggi passa questo messaggio, basti pensare al successo dei concorsi canori e artistici (X-Factor, The Voice, Amici etc.). Divertenti, realizzati con grande professionalità. Passa però il messaggio che un ragazzo/a nell’arco di tre o quattro mesi raggiunge l’apice della carriera. L’artista è come un artigiano, arriva dopo tanti anni, tanti errori alla sua maturità. Arriva dopo aver preso fischi, sbagliato promozioni, steccato palesemente. L’apprendistato di un maestro artigiano del vetro di Venezia (quelle persone che realizzano opere d’arte con il vetro colorato) dura 10 a volte 15 anni. Quanti vetri romperà quel ragazzo prima di realizzare la sua vera opera d’arte?

Ci si dimentica che apprendere significa affrontare la frustrazione dell’insuccesso. Il maestro, la maestra ha una grande funzione: quella di sostenere l’allievo di fronte all’errore. Crea un cuscino abbastanza morbido perché la frustrazione non faccia troppo male. Altrimenti l’allievo si scoraggia, si arrabbia e quasi sicuramente demorderà dal suo obiettivo. Un cuscino abbastanza duro da permettere di vedere l’errore per quel che è: solo un errore. Un errore è un errore, niente di più, e come tale si può correggere, e se non si può correggere si può accettarlo.

L’insegnante accompagna i suoi allievi grazie ad una relazione forte, aperta, nutritiva, lenitiva. Spinge l’allievo ad andare oltre i propri limiti, lo sprona, a volte è l’unico a credere in lui, contro tutti, contro tutto.

Se i tuoi allievi ti hanno sentito al loro fianco, alleato e non nemico, e hanno percepito che tu credi in loro, allora in questi giorni saranno tristi, ed è giusto cosi! Piangeranno perché l’anno prossimo non ti vedranno più. Non preoccuparti però, rimarrai sempre nei loro cuori.

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Una risposta

  1. E difficile raccontare 25 anni di insegnamento a Portacomaro e 43 totali: anni in cui ti sei prodigato in diverse mansioni: docente, referente, interlocutore con le autorita paesane e con i genitori, selezionatore di basi musicali per gli spettacoli messi in scena all’anfiteatro del CMEF di Cap d’Ail, persino attore, quando ti sei calato nei panni di un personaggio storico locale, Roggero Giuseppe detto “Pinin”, imitandone l’andatura claudicante, per un lavoro scolastico. Sono stati anni in cui hai visto prima crescere i tuoi allievi a scuola e poi al di fuori, incontrandoli per le vie del paese o altrove gia uomini e donne e ritrovando qualcuno di loro anche come colleghi (ad esempio, Margherita Roberto). Uno dei tuoi alunni di seconda mi ha detto: «Il professor Gatti ogni giorno che entra in classe mi chiama “Paoletta” oppure “Topolona panteganuccia” e io rido sempre. E il professore perfetto».

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