BES da Bisogni Educativi Speciali a Bambini con Entusiasmo Sempre

Questo mese di ottobre vedrà sicuramente molti insegnanti impegnati a definire piani didattici personalizzati (PDP) per i propri alunni con bisogni educativi speciali (BES). Mi rivolgo a te genitore che fra pochi giorni sarai chiamato a leggere quel documento e a sottoscriverlo perché tuo figlio ha delle difficoltà negli apprendimenti. La normativa è recente, al tempo stesso l’attenzione della scuola italiana verso i bambini con difficoltà è storica. Nella mia conoscenza dei sistemi scolastici europei, posso affermare che l’Italia si è sempre contraddistinta come una nazione attenta a tutti i propri cittadini, fin dai primi anni di vita. Lavorando nel campo dell’educazione da più di vent’anni, ho assistito a moltissimi incontri tra scuola e famiglia per discutere e concordare una didattica utile agli alunni con bisogni educativi speciali.

Ho incontrato:

  • genitori disattenti e disinteressati a ciò che accede a scuola, l’importante è che i figli rimangano più tempo possibile fuori casa (si esistono anche questi genitori purtroppo);
  • genitori che pretendono “lo sconto” rispetto agli obiettivi e agli impegni chiesti al figlio perché “poverino” il piccolo ha delle difficoltà e non deve soffrire oltre;
  • genitori interessati principalmente agli aspetti sociali, alla relazione con i compagni e poco a ciò che può apprendere il proprio figlio a scuola;
  • genitori che hanno letto il progetto, hanno fatto finta di capirlo, non hanno fatto domande e hanno firmato sulla fiducia;
  • genitori che pretendono di insegnare agli insegnanti e che arrivavano con un piano da loro redatto, che doveva essere attuato sotto la loro supervisione stretta.

Credo che sia importante ridefinire ruoli e competenze, altrimenti tra scuola e famiglia si rischia lo scontro e chi ne farà le spese sarà sicuramente l’alunno.

A mio parere non è chiesto ad un genitore di essere l’esperto della didattica, quello è il compito degli insegnanti. Non è chiesto di essere l’esperto del problema del figlio, quello è il compito dello specialista. Allora qual’è il compito del genitore. Assicurarsi che l’esperienza del figlio a scuola sia un’esperienza di crescita.

C’è un elemento che spesso viene sottovalutato e che sfugge anche ai professionisti dell’educazione e che, secondo me, è la prova che l’esperienza vissuta dal bambino è veramente educativa: la presenza dell’entusiasmo. Si cresce nella gioia e non nel dolore. Il dolore fa parte del mondo, e può essere una strada per crescere nella misura in cui si insegna ai propri figli ad affrontarlo. Il dolore fine a se stesso non porta certo a crescere. La gioia è la prova che il bambino cresce, l’entusiasmo che porta con se la curiosità è il motore dell’apprendimento e della crescita. I bambini sono naturalmente portati ad apprendere perché dispongono della curiosità, senza questo ingrediente non ci sarà un vero apprendimento. I bambini si soffermano a guardare le formiche che corrono dentro e fuori dal formicaio, provano a toccarle, vorrebbero entrarci per vedere come è fatto. Questa è la curiosità utile a crescere.

Spesso a scuola i bambini perdono questa dimensione ed apprendono solo per dovere o per evitare la punizione. “La scuola è il tuo lavoro” sentenzia qualche genitore, non è proprio così. La scuola è l’occasione che si ha per crescere ed è importante che alla fine rimanga la voglia d’imparare. Sento tanti giovani che alla fine delle scuole superiori non vogliono più studiare, hanno bisogno di due a volte tre anni di completa inattività prima di muoversi verso la ricerca di un lavoro. Come se avessero bisogno di mettere distanza da quei quindici – sedici anni di impegno, fatica e pochissima gioia.

Se tuo figlio ha delle difficoltà negli apprendimenti è maggiormente a rischio di vivere la scuola come un luogo di costrizione, dolore causato dal fallimento e frustrazione. Io credo che sia importante che ogni piano didattico personalizzato assicuri che l’alunno mantenga l’entusiasmo per l’apprendimento. Questo i genitori dovrebbero assicurarsi, il resto è accademia. La prova del successo di un’esperienza scolastica è quando il bambino esce di casa felice di andare a scuola, per incontrare i compagni, le insegnanti e imparare e crescere, nonostante le sue difficoltà. Perché il principio che sottende la normativa riguardante gli alunni con bisogni educativi speciali è che si può apprendere sempre, si può crescere nonostante le difficoltà.

Ecco perché penso che bisognerebbe trasformare la sigla BES da Bisogni Educativi Speciali a Bambini Entusiasti di andare a scuola Sempre.

Caro genitore chiedi questo alle insegnanti di tuo figlio, è la cosa più importante.

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