Come un padre può parlare dei fatti di Parigi ai propri figli

heremitNon ho la pretesa di avere le risposte giuste da consegnarti, e neppure avere la verità in tasca. Se sei un padre come me, è impossibile esimerti dal parlare ai tuoi figli di quello che è successo a Parigi pochi giorni fa. Credo che sia responsabilità di ogni genitore ed educatore affrontare questo tema, non delegando a terzi (la televisione in primis). Anche perché questa è veramente un’occasione importante per lasciare una traccia importante nei propri figli e quindi contribuire ad un futuro diverso, che, speriamo per i nostri figli, sia migliore di questo presente.

Io per primo ho parlato ai miei figli, sono già grandicelli e iniziano ad avere un pensiero autonomo, ma sono sicuro che se fosse accaduto quattro o cinque anni fa avrei detto esattamente le stesse parole.

Come ti ho detto il mio intento è quello semplicemente di condividere con te un pensiero. Io te lo dono, tu usalo come preferisci, e se ritieni non ti rispecchi allora lascia appeso questo post nella mia bacheca e fai come meglio credi.

Riporto il dialogo che ho avuto con i miei figli, non proprio integralmente, ma solo le parti che ritengo più significative.

Papà: “Ragazzi venite qui, vorrei parlarvi degli ultimi avvenimenti accaduti a Parigi?”

Figlio: “Stai parlando della strage?”

Papà: “Si, proprio di quello, venite, spegnete la tv, i cellulari e lasciate riposare il computer, tanto ritroverete tutto alla fine di questa chiacchierata. Cari figli non pretendo di spiegarvi cosa è successo, vorrei solo parlare con voi, perché anzitutto è fondamentale che ne parliamo. Non possiamo rimanere zitti e indifferenti, ciò che è accaduto deve servire almeno a farsi crescere un pò di più.”

Figlio: “Si ma cosa vuoi dirci di nuovo? Lo sappiamo già che otto o nove persone armate di mitra e bombe hanno compiuto vari attentati a Parigi ed è morta un sacco di gente.”

Papà: “Questi sono i fatti, se vuoi conoscere la dinamica dei fatti allora ascolta il telegiornale, io voglio che tu vada oltre i fatti, che tu possa disporre di una chiave di lettura. Altrimenti quello che successo rimarrà un evento e non produrrà una trasformazione.”

Figlia: “Cosa c’è da capire? Hanno sbagliato e basta ad uccidere delle persone che non avevano fatto nulla.”

Papà: “Si hanno sbagliato, su questo non c’è dubbio, ma sapete cosa li ha spinti a questo?”

Figlio: “No, ma cosa importa, adesso non vorrai giustificarli.”

Papà: “Capire non è giustificare, ne accettare. Capire serve ad entrare in profondità nelle situazioni. Capire ci serve per imparare e cambiare qualcosa, solo così possiamo pensare che queste situazioni non si ripeteranno.”

Figlia: “Papà la studio la storia, l’uomo si è sempre ammazzato per una ragione o per l’altra. Adesso si chiama Isis domani chi sa.”

Papà: “Hai studiato solo gli eventi, i fatti, ma non hai ancora capito il perché. Si, è vero, l’uomo passa da una guerra all’altra, ma non è detto che ciò debba ripetersi all’infinito. Molte situazioni sono cambiate, pensa per esempio che la schiavitù oggi è un reato, mentre duecento anni fa era accettata; oppure il voto alle donne. Cara ragazza, se fossi nata nei primi anni del novecento, come la tua bisnonna, non avresti avuto diritto al voto. Se l’umanità progredisce è perché ha capito dove ha sbagliato e ha cambiato qualcosa. Se vuoi imparare ad andare in bicicletta e cadi, se capisci cosa hai sbagliato allora potrai andare spedito, altrimenti continuerai a cadere e a maledire la bicicletta, le strade, il destino.”

Figlio: “Allora dicci come la pensi rispetto a questo, facci capire.”

Papà: “Bravo, ora ascoltate, secondo voi qual’è stato il pensiero che ha spinto queste persona a generare tanta violenza?”

Figlio: “Loro dicono che lo fanno in nome del loro Dio.”

Papà: “Quindi tu mi dici che queste persone sono state comandate da loro Dio; in effetti dicono che abbiano urlato questo. Ora io non sono esperto di Corano e quindi non mi metto a cercare delle frasi a conferma o meno di questo pensiero. Penso però che sotto a questo ci sia dell’altro: loro pensano di aver subito un torto, di essere in una situazione di disequilibrio. Dicono che la loro religione è quello vera e che tutto il pianeta dovrebbe seguirla. Quindi pensano che oggi, visto che l’Islam non è l’unica religione al mondo, ci sia un disequilibrio. Dicono che la Francia è stata punita perché ha bombardato alcune città e che sono morti dei loro fratelli. Ora sospendete un attimo il giudizio, soffermatevi a cogliere che tutto questo ha come matrice, alcune persone pensano di aver subito un torto. Hanno quindi deciso di “rimettere le cose in pari”. Hanno usato la violenza per riportare la situazione in parità.”

Figlio: “Ma tu da che parte stai?”

Papà: “Vedi, se non ti sforzi di capire, finisci con il prendere le parti dell’uno e dell’altro. Per capire prima di tutto devi imparare a discernere, a distinguere. Ciò che è accaduto venerdì è che sono state calpestate due importantissime virtù.”

Figlia: “Tu parli di virtù quando stiamo assistendo ad una guerra.”

Papà: “Si, vi ho già spiegato che le virtù sono fondamentali per orientare ogni nostra azione, altrimenti viviamo dentro un circolo di azione e reazione. Lui mi ha dato un pugno, e allora io ne do due, tre. Le virtù, unite al pensiero, sono l’unico mezzo per uscire da questo circolo, in cui alla fine nessuno è vincitore, ma tutti siamo vinti. Perché la vita è una ruota che continua a girare, se re agisci ad un evento, ad un torto, prima o poi, per la legge esatta della ruota, ti ritroverai a subirne un altro. Le virtù sono delle stelle che illuminano il nostro cammino, ci permettono di scegliere e non di reagire. Io sono vostro padre e sono chiamato, per il ruolo che ho, di presentarvi le virtù. Se non lo facessi tradirei il mio ruolo. Voi poi crescendo farete la vostra esperienza e sceglierete le virtù, ma non potete scegliere ciò che non avete mai conosciuto.”

Figlia: “Quali virtù allora sono state calpestate?”

Papà: “La prima è la virtù della non violenza, questo è evidente. Abbiamo assistito ad una violenza inaudita. Poche persone hanno ucciso a sangue freddo centinaia di altre persone, con fredda determinazione.

Figlio: “In che senso la non violenza è una virtù”.

Papà: “Sappiamo benissimo che la violenza genera violenza, ma non solo, essa distrugge fisicamente le cose, le persone e le relazioni. Ora facciamo l’ipotesi che tu pensi di aver subito un torto da tua sorella, e per ripristinare l’equilibrio usi la violenza. Cosa avrai ottenuto? Un maggior disequilibrio, perché hai distrutto un suo oggetto, ma anche la relazione con lei.”

Figlio: “In che senso?”

Papà: “Nel senso che se le hai dato un ceffone perché lei ti ha preso un quaderno, senza chiederti il permesso, cosa hai ottenuto? Che hai rovinato la relazione con lei, non solo, tua sorella aspetterà il momento in cui potrà ridarti il ceffone e così via. Quindi, se anche avessi avuto ragione, hai usato lo strumento sbagliato per raggiungere il tuo scopo. Ora basta che ti guardi attorno, che apri facebook e troverai migliaia o milioni di europei arrabbiati con questi terroristi, e non aspettano altro che vendicarsi. Ecco perché la non violenza è una virtù, perché cerca una strada che costruisce e non che distrugge e alimenta il circolo di azione e reazione.

Figlia: “E l’altra virtù?”

Papà: “Questa è la meno evidente, si chiama: discernimento o accurata percezione. Ha a che fare con la capacità di pensare in autonomia, di produrre un proprio pensiero, che si basa anzitutto con il discernimento. Le persone che hanno compiuto queste azioni purtroppo hanno operato una generalizzazione. Per loro il mondo è diviso in due: i buoni e i cattivi bianco e nero. Chi è con loro è buono, tutti gli altri cattivi. Questo è un grande rischio che anche noi corriamo oggi: generalizzare. Pensare che tutti le persone che aderiscono alla religione islamica siano terroristi, che vogliano distruggere il paese. Ci sono sicuramente alcune persone molto pericolose. Queste vanno individuate e fermate, subito, efficacemente. Quando si generalizza non si vedono le persone, ma solo un’immagine statica e sterotipata: per esempio quella dell’europeo infedele. In quel teatro non sono morti europei infedeli, ma persone che hanno un nome, un volto, una storia. Così come quelle otto persone non sono semplicemente dei terroristi, ma anche loro hanno un nome, un volto, una storia. Sono sicuro che quando hanno sparato non hanno guardato in volto le loro vittime, e se lo hanno fatto hanno visto una sola immagine quella che altri gli hanno consegnato. Ti ricordi cosa succedeva alle persone  deportate nei campi di concentramento? Quando arrivavano venivano spogliati dei loro vestiti, gli facevano indossare un camice uguale a quello degli altri, gli rasavano i capelli, e tatuavano loro un numero. Da quel momento non erano più persone, ma numeri. Solo così i soldati tedeschi riuscivano a portarli dentro le camere a gas. Perché nella loro testa non stavano uccidendo persone, ma cancellando numeri.”

Figlio: “Perché mi parli del nazismo?”

Papà: “Perché è un’esperienza che l’Europa ha vissuto poco tempo fa, e dobbiamo imparare dagli errori del passato. Ho paura che rischiamo di trovarci in una situazione simile. Io non ho vissuto la seconda guerra mondiale, tuo nonno si e la sua generazione è stata segnata da questo evento. Ma anche la mia generazione porta le traccie di quell’evento.”

Figlia: “Hai detto che che qualcun’altro ha consegnato a loro un’immagine stereotipata di europeo infedele, di chi parli?”

Papà: “Ci sono altre persone dietro a chi materialmente ha eseguito gli attentati, che secondo me sono ancora più pericolose, sono quelle che se ne stanno nelle loro belle case, con tutti i comfort e che hanno mandato questi giovani ragazzi a suicidarsi.”

Figlia: “Sei un complottista allora”.

Papà: “No, ti ho detto che quelle persone che hanno compiuto gli attentati non erano in grado di pensare autonomamente, hanno eseguito degli ordini, non sono riusciti ad uscire dalle regole sociali che gli sono state trasmesse. Ricorda che questo accade in ogni totalitarismo.

Figlio: “E questi sono peggio di chi agisce direttamente”

Papà: “Meglio o peggio, non so, sicuramente sono tutti responsabili. Non voglio dirvi che quelle otto o nove persone erano semplicemente dei burattini, hanno la stessa responsabilità di chi li ha mandati. Vorrei dirvi che quando applichiamo la virtù dell’accurata percezione, abbiamo la possibilità di scegliere. L’azione dello scegliere ha a che fare con il discernere, con il distinguere, e tutto è collegato all’accurata percezione. Percezione anzitutto dell’altro, e poi del nostro pensiero. Se invece vi tappate le orecchie e gli occhi e bevete tutto ciò che altri ci dicono, senza verificare di persone e accettando le regole sociali perché è più comodo, allora sarete sempre dei burattini.

Ricordate ragazzi che due sono le strade per giungere alla verità: una è la strada secca, quella del pensiero che discerne, analizza, valuta e soppesa. L’altra è la strada umida, legata all’intuizione, allo stare in ascolto della propria interiore. Entrambe vi portano alla verità, usatele. Procedete nella vostra vita come l’eremita, rappresentato nella carta numero 9 dei Tarocchi. Procede lentamente, in una mano la lanterna che illumina la strada, nell’altra il bastone che tasta il terreno per verificare che non ci siano buche o incespi. Così è bene che procediate nella vostra vita, lentamente, illuminati dalle virtù e con in mano il bastone che rappresenta il vostro pensiero.”

Figlia: “Si papà, ho capito, ma ho paura.”

Figlio: “Anche io.”

Papà: “Io anche, la paura oggi è l’emozione coerente. L’importante è non lasciare che le emozioni prendano il sopravvento, vi ho già detto che altrimenti si entrerebbe nel circolo delle azioni e reazioni.”

Figlia: “Cosa possiamo fare?”

Papà: “Ora che avete una visione più ampia e approfondita di ciò che è accaduto, siete già avantaggiati.”

Figlio: “E poi?”

Papà: “Se sarà necessario, ma effettivamente necessario, difenderemo ciò che ci è caro. La non violenza deve sempre essere bilanciata dalla giustizia. Non violenza non significa passività. Ci sono tante strade alternative alla violenza, ma comunque strade di azione. Per ora possiamo pregare. Pregare significare chiedere a Dio qualcosa.

Figlia: “Posso chiedere di non aver più paura?”

Figlio: “Posso chiedere che finisca la guerra?”

Papà: “Potete chiedere tutto questo, ma Dio agisce attraverso le persone, quindi anche attraverso di voi. Possiamo chiedere di farci strumento della sua pace, come fece San Francesco D’Assisi. Allora si che saremo utili agli altri e a noi stessi. Essere strumenti della sua pace significa applicare le virtù della non violenza e dell’accurata percezione. Se volete veramente cambiare il mondo in meglio, questa è la preghiera che fa per voi.

O Signore, fa’ di me uno strumento della tua Pace:

Dove è odio, fa’ ch’io porti l’Amore.

Dove è offesa, ch’io porti il Perdono.

Dove è discordia, ch’io porti l’Unione.

Dove è dubbio, ch’io porti la Fede.

Dove è errore, ch’io porti la Verità.

Dove è disperazione, ch’io porti la Speranza.

Dove è tristezza, ch’io porti la Gioia.

Dove sono le tenebre, ch’io porti la Luce.

O Maestro, fa’ ch’io non cerchi tanto:

Essere consolato, quanto consolare.

Essere compreso, quanto comprendere.

Essere amato, quanto amare.

Poiché è

Dando, che si riceve;

Perdonando, che si è perdonati;

Morendo, che si resuscita a Vita Eterna.

P.S. Se ritieni che questa preghiera non rappresenti il tuo sentire, scegli liberante un’altra, l’importante adesso è aiutare i nostri figli a trasformarsi in strumenti di Pace.

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