Apri le orecchie Verona

urlo_21159730Ieri sera ho incontrato un gruppo di genitori a Verona. È stata l’occasione di parlare con loro sui temi dei sociali network a e l’uso di Internet. Erano tutti molto interessati, ho ribadito il concetto che non dobbiamo pensare che la provincia italiana sia immune da alcune dinamiche che in questo momento toccano tutti i nostri ragazzi.

Esiste infatti un disagio diffuso, che spesso i genitori e gli educatori non sono in grado di intercettare. E quel disagio emerge in Facebook e nei vari post che i ragazzi lasciano in giro nella rete, nella speranza che qualche adulto possa intercettarli. È un po’ come il messaggio nella bottiglia del naufrago, le molliche di pane di Pollicino; tutte tracce lasciate a disposizione di noi adulti. Sta a noi il dovere di cominciare a seguirle, anche se abbiamo paura di dove ci potranno portare.

I ragazzi ci stanno dicendo in 1000 modi che c’è una paura diffusa del futuro. Fanno fatica a sentire che noi adulti ci siamo, li sopportiamo e li sosteniamo, al di là di qualsiasi risultato loro possono dare. In questi anni si sta strutturando una “educazione del baratto“. Un modo di stare in relazione con i nostri figli incentrata sul dare e sull’avere. Spesso tanti genitori chiedono ai propri figli i risultati che possano in qualche modo restituire a questi il tempo e le fatiche della genitorialità.

È sicuramente molto impegnativo crescere un figlio, ma non si può chiedere il conto a fine cena. Se si sceglie di generare un figlio si sceglie di vivere l’esperienza del dare gratuitamente. È vero che siamo esseri umani, e che riceviamo sicuramente tante gratificazioni dai nostri figli, però queste sono un di più e non un dovuto.

Ti racconto tutto questo perché questa mattina, aprendo il giornale locale di Verona, leggo che un ragazzo, disperato perché non ha ottenuto i risultati scolastici desiderati, ha preso il fucile del padre e si è sparato un colpo al petto. Sembra che per fortuna il colpo non sia stato letale, e ora è ricoverato nell’ospedale della città. Ieri sera dicevo ai genitori che anche nelle nostre province venete c’è disagio, e neanche a farlo apposta la mattina dopo leggo questa triste notizia. Ora è difficile commentare un evento così doloroso, è troppo facile accusare i genitori di questo ragazzo. Io penso, però, ai tanti ragazzi che seguo e che vivono con ansia e tensione la scuola perché non hanno i risultati sperati. So anche che molti di questi ragazzi non vogliono il risultato per se stessi, ma per i propri genitori.

La scuola, a volte, viene vissuta con troppa enfasi. Caricata di un significato che non le appartiene. A scuola si va per imparare non per portare a casa dei bei voti per far piacere a mamma e papà!

È facile perdere il senso del limite e della giusta misura, tanti genitori sono mossi da “buone intenzioni” e ti dicono che spingono i propri ragazzi ad avere un successo scolastico per il loro bene e per il loro futuro. Non è sempre così. Ecco allora che in questa “educazione del baratto” il risultato scolastico è una restituzione che il figlio da per le fatiche e le risorse che il genitore ha messo a disposizione. E se il risultato non è quello sperato, il conto non è del tutto pagato. Questo genera la sofferenza dei ragazzi.

Lo dicono nei Social Network, in Internet e in ogni luogo che loro frequentano. A noi adulti ora ascoltarli, avendo anche il coraggio di sentirci dire cose che non ci piacciono. Non fa piacere sentirsi dire che abbiamo instaurato una relazione che non fa crescere, ma che crea solo disagio. Mi spiace molto per questo ragazzo di Verona, mi spiace molto per i suoi genitori, e mi spiace anche per tutte le persone adulte che gravitano attorno a questa famiglia. Io spero che da quest’evento la mia città del Veneto possa porsi una domanda: “come possiamo ascoltare e registrare i segnali di disagio dei nostri ragazzi“. Non ho soluzioni, so solo che per ora mi basterebbe che la città aprisse le orecchie, ed ascoltasse il grido di disperazione di tanti nostri ragazzi.

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