Due feste? No party!

happy birthday gokQualche giorno fa ho accompagnato mia figlia ad una festa di compleanno. Fin qui nulla di strano, la classica festa in casa per ragazzi teenager. Entro in questa casa e saluto gli ospiti, che ci mostrano la loro bella taverna tutta addobbata per l’evento. Piano piano arrivano anche gli altri invitati e quindi decido di sgombrare il campo, capisco di essere in più quando tua figlia compie 13 anni e giustamente non ha interesse che papà rimanga alla festa. Prima di uscire mi accorgo che c’è un gruppetto di ragazzi, o meglio bambini, in salotto. Sono quattro e tutti della medesima età. Il primo pensiero è che in quella famiglia ci siano cinque figli, difficile pensare però che quattro abbiano tutti la stessa età. Mentre la mia mente corre su questi pensieri, molto probabilmente i due padroni di casa si accorgono di questo e subito precisano: “è Marco con i suoi tre amici“. Chiedo quindi chi sia Marco e mi rispondono che è il fratello minore. “Sa bisogna organizzare anche a lui la festa, altrimenti ci rimane male. Ecco quindi due feste: una ufficiale e una ufficiosa per il fratello non festeggiato. Non ho avuto il coraggi di chiedere se c’erano anche i regali per il non festeggiato.

Personalmente sono rimasto sorpreso di questa scelta dei genitori, ma poi ho cominciato a chiedere in giro e mi sono reso conto che questa è una pratica assai diffusa. Un fratello compie gli anni organizza una festa, e i genitori organizzano una seconda festa “minore” per l’altro. Quasi tutti si giustificano dicendo che non vogliono che il non festeggiato soffra e si sente escluso. Credo che, a parte il fatto che se una famiglia ha tre o quattro figli rischia di bruciare un intero stipendio per ogni compleanno, questa pratica non sia per nulla educativa.

Mi viene in mente la parabola della figliol prodigo presente nel Vangelo, alla fine quando torna il figlio che si era perso e il fratello si arrabbia con il padre perché ritiene di aver subito un torto. Credo però che questa pratica faccia emergere uno stile abbastanza diffuso di tanti genitori: quello di evitare che i propri figli soffrano. Ora tutti genitori vogliono il bene dei figli e chiaramente tutti genitori vorrebbero che i figli non soffrissero. Vorrei però aiutarvi a capire che c’è una differenza tra una sofferenza è l’altra, e cercare di costruire un uno spazio che vi aiuti nel vostro compito genitoriale.

È chiaro che non essere al centro dell’attenzione per una giornata non fa piacere a nessuno. Tutti noi vorremmo essere stimati e in sostanza visti e apprezzati. È chiaro quindi che i bambini vorrebbero che ogni giorno si festeggiasse il loro “non compleanno” (come nella fiaba di Alice nel paese delle meraviglie). Allo stesso tempo essere sempre al centro dell’attenzione fa sì che si perda lo sguardo su ciò che c’è attorno. Il bambino che festeggia tutti i giorni il suo compleanno non può festeggiare il compleanno degli altri. Non è solo una questione di tempo, come può sembrare. Il bisogno di stima e di apprezzamento si deve in qualche modo coniugare con l’altro, con il sociale. Il rischio è quello di non permettere lo sviluppo della competenza sociale. Essa contiene una quota di capacità di aprirsi agli altri, leggere e sintonizzarsi sui bisogni degli altri. I bambini che faticano a aprirsi ai bisogni dell’altro sono purtroppo destinati a rimanere da soli. Bambini troppo centrati sui propri desideri e sui propri bisogni non sono in grado di stare in relazione con gli altri. Ecco che quindi il desiderio dei genitori di evitare la frustrazione ai propri figli di non essere al centro dell’attenzione, può creare le condizioni per un futuro di solitudine di questi. È bene sempre guardare oltre in educazione. Proiettarsi nel futuro, e vedere il proprio figlio che sopportando la frustrazione di non essere al centro dell’attenzione è in grado di aprirsi ai bisogni della società e quindi di integrarsi ed essere un vero “cittadino del mondo, per il mondo e con il mondo“.

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